Teatro Studio Scandicci : Presentazione del prof. Mario Sodi

Quando apriamo il libro di Gennaro Oriolo, dopo la dotta prefazione di Franco Manescalchi, troviamo una particolare foto di Giovanni Murrone dal titolo “Casa diroccata”, scattata a Crosia in cui appare il vano di una grande finestra in una casa diroccata – appunto – dalla forma singolare, quasi antropomorfa, di chi vi sia passato a forza, fuggendo l’esistente e tuffandosi oltre, in una dimensione di luce di vuoto e di totale mutamento (e già parrebbe un abbandono la citazione dei versi di Luzi in cui si parla “dei tormenti lontani, delle offese”. Ora, questo passaggio visivo ed insieme immaginario, inquietante, ci introduce – interrogandoci – nella Stanza delle parole di Gennaro. Va detto anche che l’autore ci fornisce subito una chiave per com-prendere le creature e le cose che incontreremo nel nostro viaggio: e lo fa dal titolo polisemico che ha pensato per questo libro: Meditate fughe e taciti abbandoni. Poniamo attenzione alla prima parte del titolo, “meditate fughe”: Alla luce dei testi possiamo dire che questa prima parte significa “fuggire dal presente”, riflettendo però (ecco un etimo di meditare) sul proprio stato, “misurando” lo spazio dell’impresa, ed “ordire” per questa una trama di possibili uscite e di altrettanti auspicabili ritorni: perché il tempo che “non è ancora” spaura, dà un’inquietudine dolorosa anche se appena si sfiora quel pensiero; è appunto come affacciarsi ad una finestra a precipizio, con il sogno che si tende verso una folle libertà, ed il corpo che si àncora alla terra, sicuro. Anche se c’è, in questo inizio, quello che Nietzche chiamava “il piacere d’essere ciechi. Scrive appunto in “La Gaia Scienza”: “I moei pensieri, disse il viandante alla sua ombra, devono farmi sapere dove mi trovo: ma non devono rivelarmi dove vado. Io amo l’incertezza del futuro e non voglio andare in rovina per l’impazienza e per gustare in anticipo le cose promesse”. Poi c’è la seconda parte del titolo, i taciti abbandoni. Abbandono qui, ritengo, come dolcezza di chi si rifugia nel suo nido, quindi non è un abbandonare ma un abbandonarsi, lasciarsi andare “tacitamente” – appunto -, “silenziosamente”, ed anche un “consapevole/ sottinteso” accordo di una parte di sé con l’altra di abbandonare ogni impresa che ci strappi dolorosamente: un accordo non eroico forse, ma umanissimo col proprio “io”, impotente a sopportare insostenibili progetti. Ma quando? E dove? Nell’amore, innanzi tutto, tesoro nascosto nell’inestricabile bazar dell’esistenza; e nel fatale/ inevitabile conflitto fra l’io e il tempo, precipitando in un labirinto nel quale - se è fatale trovarsi - è anche difficile e spesso paradossalmente spiacevole uscire, per il timore del dopo, dell’aldilà, nella regione senza tempo. Ma vedremo. Intanto osserviamo un altro particolare del libro: la figura che è stata posta quale emblema interpretativo, o chiave di entrata. Certo l’intento era anche di doverosa riconoscenza ai quattro artisti che con le loro opere hanno impreziosito l’estetica del libro, interpretandone ognuno a suo modo, ed egregiamente, il messaggio. Nella figura in copertina, si impongono all’osservatore le due figure in primo piano: nel loro simbolismo esse ci appaiono come la ragione e la passione; mentre sullo sfondo le avvolgono, contenendole nel loro spazio le linee in fuga del tempo e dell’eterno. C’è infine un ultimo indizio che ci viene dato per entrare senza troppi errori nel cuore dell’opera, ed è la poesia che G.O. ha posto come messaggio nell’invito a questa serata ed in una piacevole cartolina che riproduce anche la copertina del libro. Il che, più che un’autopromozione, è uno svelarsi senza timore, è un aprirsi con la pagina al giudizio ma soprattutto all’incontro. Come a dire: io sono questo, non mi nascondo né mi imbelletto con ruffiani paludamenti, sapete cosa ascolterete. Questo ordine di sentimenti rientra in un raro coraggio di proporsi e di esporsi senza il timore della stroncatura o di un interessato stucchevole encomio da parte del solito girone degli adulatori; come vedremo è un messaggio di amicizia, una confessione aperta, è – come avrebbe detto Baudelaire – “Mon coeur mis à nu”: perché innanzi tutto c’è il cuore di un uomo – appunto – messo a nudo: accogliamolo dunque, abbandonando i bisturi implacabili della inquisizione letteraria; c’è chi offre doni agli amici, una rosa alla sua donna, un sorriso e il suo tempo a chi è nella solitudine; qui si offre un libro a chi è capace di ascolto, a chi ama l’incontro, a chi sa quanto costa la speranza. Diceva appunto Baudelaire: “Non disprezzate la sensibilità di alcuno. La sensibilità di ogni uomo è il suo genio”. Io dico che ognuno ha il suo “genio”, com’è ab-origine l’angelo che ci segue perché ci ha – etimologicamente ed esistenzialmente – generato rendendoci parte sensibile dell’Armonia universale che ognuno riflette nella propria misura e nella personale identità. Ora, tornando al testo che ho citato, e che Oriolo pone come finestra sulla sua “civitas poetica”, vi possiamo trovare molti elementi utili alla nostra indagine. Interessanti le notazioni di una ripercorsa, esperita umanità: Insieme faticosamente: questo “insieme” non è episodico, ma un ricorrente dialogo/confronto con “lei” e con gli altri; la donna e il tentativo del compimento/completamento e la convergen-za/divergenza con gli altri, la moltitudine contrapposta all’io. La fiumara del mito accecata dal sole: questo è il secondo momento della nostra ricerca, che pare avverso, quasi un contrappunto alla notazione precedente, ma ne è una conseguenza: l’uno è il presente tangibile, l’altro il presente intuibile (nel senso proprio di intuèri = penetrare nel profondo, nell’inconoscibile) che prenderà nei versi del nostro autore il significato del Sogno e del Mistero. Ma il presente tangibile, anche se il poeta tenta di carpirlo (“godi, godi il colore di settembre” (19), “è un livido mattino” (35); è una “città dolente” (102); “stanche pareti delle vedovi stanze” (102); “ore di vita sospesa/ con la luce che appena penetra i vetri” (89); dirà soprattutto: “noi, fermi al limitare/ non sappiamo indifesi/ ritornare”: il ritorno (cioè l’appropriarsi della verità intima, originaria) è impossibile per chi si ferma al limitare (fra una terra difficile ed un cielo indefinibile); non è “difeso” per l’arduo viaggio. Scriveva Pascal: “Noi non ci atteniamo mai al presente. Anticipiamo l’avvenire come troppo lento a giungere, quasi per affrettarne il corso; oppure ci ricordiamo il passato, per fermarlo come troppo fugace: così imprudenti che vaghiamo nei tempi che non son nostri e non pensiamo al solo che realmente ci appartiene; e talmente vani che pensiamo a quelli che non sono e fuggiamo sconsideratamente il solo che esiste. Il fatto è che il presente, generalmente, ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge; e se ci diletta, ci duole di vederlo fuggire. Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre presi del passato e dell’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma sperando di vivere e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali” G.O. scriverà: “Nel mio cuore astrale/ ride un sogno arioso/ che sfonda i confini/ labili dell’emisfero” (61). Questo è il presente tangibile. Il presente intuibile invece affonda nella realtà della memoria vissuta e trasfigurata e nel tempo enigmatico e bello del divenire: ambedue categorie di una entità in cui la vita presente si realizza sublime (sub-limine): il sogno. Il Sogno che Novalis definisce “il presente spirituale” che congiunge il ricordo e il presentimen-to/immaginazione dell’avvenire e li identifica sciogliendoli in una particolarissima unione che è l’elemento, l’atmosfera del poeta. Credo che a questo punto siamo giunti nel cuore di “Meditate fughe e taciti abbandoni”: dove il sogno è la filigrana in cui si rendono percepibili, umanissime, le esitanti/esaltanti fughe e i taciti/furenti ritorni. Nella poesia già citata all’inizio (La fuga) è scritto – non a caso – “Nel disincanto della sera/ fu una fuga il ritorno”: sintesi questa in apparenza ossimorica di passato e futuro. Ma esaminando compiutamente il libro, troviamo momenti diversi del sogno, emozione e trasfigurazione del presente, nella sua manifestazione gioiosa, tragica, pensosa, trascendente. C’è il sogno disperato: “il sole/ svelava il sogno obliquo della notte”; e: “la vita lo ha tradito per inseguire sogni” (100). C’è il sogno dei sensi: “La vespa che sibila e annaspa/ nel chiuso dei sogni sconnessi” (57); e: “nell’alba gravida di sogni la paura si estenua/ ai raggi infuocati del pieno mezzogiorno” (93). C’è il sogno d’amore: “seduto al tuo fianco/ sussurro parole d’amore che ti devo; …urlano con la luce del tempo” (90); e: “il mio cuore da sempre beffardo/ venne preso da subito tremore” (37). Sono ben noti i versi di Dante; “I’ mi son un che quando/ amor mi spira, noto ed a quel modo/ ch’ei ditta dentro vo’ significando”; l’amore, che è masssima forza ed è movimento, diviene conduttore alla riscoperta della propria anima e al riemergere dell’esperienza attraverso la parola. Sappiamo benissimo di questa potenza dell’amore, ma ce ne dimentichiamo, soprattutto non gli attribuiamo le possibilità che Dante sperimenta ed esprime così chiaramente. Però tutti sappiamo che, nel momento d’amore per qualcuno o per qualcosa, sia pur un’idea, noi mutiamo e muta il nostro rapporto con il mondo e con l’azione. Dante pone il momento dell’amore a momento di abbandono: l’io diventa uno a se stesso, diventa un me. Se consideriamo che Freud definisce l’io un “incidente”, cioè il casuale prodotto di abitudini mentali, ci accorgiamo quanto sia necessario seguire la strada dell’amore al fine del “ritrovamento di sé. Ed è il percorso tracciato nei suoi componimenti da Gennaro Oriolo. C’è infine il Sogno trascendente: “alla luna rivolgo sguardi di mistero/ e attonito contemplo i nembi del cielo”(100); e: “l’intreccio sottile dei sogni/ oltre la soglia memore del tempo” (95). La Cvetaeva ha scritto: “Esiste qualcosa o Qualcuno che dentro di noi vuole disperatamente essere” e Claudel ha suggerito che ciò avviene perché “quando la mente tace, l’anima canta”. Si dice anche che i poeti sognano. Tutti gli uomini sognano, ma il poeta sogna in un modo del tutto particolare. Non è illuso da quello che gli indù hanno definito la “realtà apparente” – i mulini a vento di don Chisciotte, che giustamente Unamuno ha paragonato alle convenzioni umane – ma si confronta con le essenze. I sogni dei poeti appartengono alla visione, non sono legati dal tempo. Ha detto ancora la Cvetaeva: “Il poeta si confronta con l’impossibile”. La lontananza si muta in vicinanza. Quando ci troviamo soli con noi stessi, ancora chiusi nel nostro esilio da Dio e dagli uomini, è il nostro essere che si fa sentire, è l’anima che bussa per farsi ascoltare, è l’uomo che riappare nella sua interezza, con i suoi dimenticati bisogni, nella sua “verità”.(F.Loi). E la poesia è un mezzo – e fra i più intimamente veri che è stato dato all’uomo – di uscire dal labirinto delle sue contraddizioni, di trovare una via, nel mistero della vita, che ci apra una speranza oltre la “squilibrata stadera” dell’esistenza. E’ la percezione del “cuore stanco” dell’umanità che muove il poeta all’accoglimento della sua sorte e alla condivisione con gli altri per “rinnovare il fuoco della vita”. Secondo Simone Weil: “La grandezza dell’uomo consiste sempre nel ri-reare la sua vita. Mediante l’arte - qualsiasi dimensione d’arte – ricrea l’alleanza tra il suo corpo e la sua anima”. Credo sia quello che G.O. abbia fatto scrivendo per sé e per i propri amici questo libro di sincera umanità.



Mario Sodi
Scandicci , 13 dicembre 2006